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venerdì 6 settembre 2019

Nuovo libro."STORYTELLING. Racconta la tua Storia e... Vola!" Solo per oggi GRATIS su Amazon

Buongiorno a tutti!
Sono felice di annuciarvi l'uscita del mio nuovo volume "STORYTELLING. Racconta la tua Storia e... Vola!" stampato da Storie Aziendali e già presente su Amazon.
SOLO PER OGGI SI PUO' SCARICARE GRATIS AL LINK bit.ly/libro-pagano-gratis  .

Di seguito la Sinossi e il profilo personale dalla quarta di copertina.

Come mai oggi la parola "Storytelling" (narrazione) è così inflazionata?


Perchè, se la narrazione esiste dagli albori della civiltà, il termine oggi è così ricorrente?


Perchè è sempre più utilizzato dal mondo delle aziende e dei politici?


Perché , dopo aver intuito la capacità di una storia di captare l'attenzione e di essere conservata nella memoria di chi ascolta attraverso l'emozione oggi tutti la vogliono sfruttare. Anche le neuroscienze lo dimostrano con chiarezza. Tuttavia, perchè una storia sia coinvolgente, occorre da una parte conoscere le tecniche narrative e dall'altra cogliere il valore del brand (marchio) aziendale per saperlo divulgare opportunamente.


Questo libro fornisce gli strumenti dello storytelling personale e aziendale per potenziare la capacità di trasmettere il proprio messaggio al mondo ed essere percepiti come un riferimento nel proprio settore.

Alessandro Pagano nasce a Palermo nel 1960. Con la famiglia gira per altre cinque città italiane e nel 1988 si stabilisce a Napoli dove tuttora vive e opera. Fin da piccolo manifesta una forte passione per la lettura e la scrittura. Dopo la maturità classica e la laurea in Economia e Commercio, fa la gavetta nel settore commerciale di una società del Gruppo IPSOA e nel controllo di gestione della SME Finanziaria. In seguito ricopre diversi incarichi manageriali nel marketing – Gruppo SME - e nella formazione del personale (EP S.p.A.). È trainer certificato
di Process Communication Model®. 
Ha scritto diverse biografie e storie aziendali a partire da “C’era una volta la SME. La vera storia della prima privatizzazione italiana” (2003). Fra le altre
“Angelo Affinita, imprenditore per amore” sul fondatore del Gruppo Sapa S.p.A., “Pietro Bucci, un ‘ponte’ verso il futuro”, “L’Oro di Napoli, eccellenze aziendali all’ombra del Vesuvio” e “NetCom Group S.p.A., storia di un pianoforte elettronico, un motore a scoppio e una macchina da scrivere”, insieme con Andrea Zappulli”. È titolare di Biografie e Storie Aziendali – www.storie.eu – con la quale ha realizzato insieme alla sua squadra una trentina di storie personali e aziendali su libri e su video. 
È appassionato cultore del presepe napoletano: www.presepenapoletano.it.



martedì 25 aprile 2017

Nuovo sito di Storytelling - Biografie e Storie Aziendali


Abbiamo realizzato un nuovo sito in Wordpress delle Storie Aziendali e ve lo volevamo comunicare:

L'indirizzo è quello già noto, ma la veste grafica e la sua navigabilità è molto cambiata, anche perché adesso incorpora il Blog. Buona visone e non dimenticatevi di iscrivervi alla Newsletter: riceverete in cambio una guida rapida allo Stotytelling aziendale.




giovedì 1 dicembre 2016

Lettura dei primi capitoli di "Come la vita" la vera storia della prima privatizzazione italiana

Ci sono almeno due cose particolarmente interessanti nel libro "Come la vita" la vera storia della prima privatizzazione italiana:

1) si tratta di un racconto storico autobiografico: è stato vissuto da me, autore, in prima persona e so di cosa parlo, per quanto incredibile possa sembrare

2) si racconta di come un gruppo pubblico sia stato venduto a pezzi ai privati, con la regia di Romano Prodi, anche per trattativa privata, com'è successo per il "pezzo" Cirio-Bertolli-De Rica

Inoltre è stato scritto a detta di Alfonso Ruffo, direttore del Denaro e autore della prefazione, con uno stile leggero, a volte scanzonato, in grado di rendere accessibile la lettura della trama storico-economica anche ai non addetti ai lavori.

Vi propongo l'ascolto dei primi capitoli.

Premessa

Capitolo I - La bomba

Capitolo II - Ci sono anch'io

Vi ricordo che in libro è in vendita sul sito http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/106775/come-la-vita/
http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/106775/come-la-vita/
a € 2,49 nel formato ebook e a € 8,00 nel formato cartaceo.

venerdì 17 giugno 2016

Nuova opera "Capitani coraggiosi, fare impresa in Campania"

Dopo il lusinghiero risultato di "l'Oro di Napoli, eccellenze aziendali all'ombra del Vesuvio" nasce "Capitani coraggiosi, fare impresa in Campania".
20 belle aziende di tutta la Campania che hanno avuto il coraggio (o la follia?) di avviare un'azienda da queste parti.


Se avete aziende con almeno 10 anni di storia, 100 dipendenti e 10 milioni di fatturato potete far parte di questa raccolta.

Per un mese in omaggio l'ebook "Come la vita, la vera storia della prima privatizzazione italiana", quella della SME

Si è detto tanto del caso SME, della tentata vendita di Prodi a De Benedetti, bloccata dall'asse Berlusconi-Craxi e poi, invece, di quella realizzata per "spezzatino" sempre da Prodi, ma questa volta con l'approvazione di tutto l'establishment politico che fu consenziente anche di fronte alla vendita di un bene pubblico (la Cirio-Bertolli-De Rica) per trattativa privata ad una finanziaria raccogliticcia facente capo ad un improbabile Lamirandola,


















che poi naturalmente rivendette a Cragnotti e a Tanzi. Non avevano poca ragione i nostri colleghi della Cirio a temere di finire nelle mani di questa brava gente (il primo interdetto dagli affari economici in Canada, il secondo da lì a poco, in Italia).

Eppure nessuno disse niente: né nella maggioranza, allora di sinistra (al governo c'era il Dottor Sottile Giuliano Amato) né all'opposizione. La torta evidentemente era stata spartita e tutti di trovavano sazi e quindi d'accordo.

Io la vissi dall'interno, quell'avventura, e capii come molto poco di quello che veniva riportato dai mass media era rispondente alla realtà. Una realtà fatta da una settantina d'impiegati che più che difendere idealmente "l'ultimo centro decisionale al Sud Italia", come dicevamo per propaganda, stavano più semplicemente difendendo il loro posto di lavoro. Era tutto vero: lo Stato stava sbaraccando dal Sud (ed ha continuato a farlo anche dopo). Ma noi pensavamo, com'è ovvio, prima di tutto a noi stessi.

Vedemmo di tutto in quei giorni accadere presso la nostra "Assemblea permanente" (leggi: "occupazione aziendale") personaggi che venivano, ci consolavano, ci consigliavano e poi se ne andavano: Bertinotti, Napolitano, Bassolino, il Vescovo Riboldi, Cossutta... noi stessi andammo alla tv da Maurizio Costanzo e da Gad Lerner. Fu anche un'occasione di notorietà e qualcuno di noi non fu alieno al fascino dei riflettori.

Questa storia la racconto in poco più di cento pagine ed è piaciuta a chi l'ha letta, perché è personale e vissuta da un protagonista involontario che non poteva non rimanerne coinvolto. It's the very beginning: è proprio l'inizio. L'inizio di quando ho cominciato a scrivere per raccontare la storia delle aziende. In un certo senso è la madre di tutte le mie storie.

Come dice Alfonso Ruffo nella prefazione va bene anche ai on addetti ai lavori perché c'è il racconto e poi c'è l'ironia che forse di fronte ad un avvenimento così sconvolgente rimane l'ultima arma di difesa.

Per un mese (meno quattro giorni) è gratis qui in formato ebook.

venerdì 7 agosto 2015

NetCom Group S.p.A. Storia di un pianoforte elettronico, un motore a scoppio e una macchina da scrivere

Ecco l'ultima uscita.

NetCom Group S.p.A. è una realtà napoletana che compete
con i grandi colossi dell’IT, ha oltre 200 dipendenti con base
a Napoli ma anche in Brasile, Polonia e altri paesi dell’Est.
Realizza software per telecomunicazioni e per sistemi di
automazione e controllo nelle auto, nei decoder e in molti
altri dispositivi in uso nella società moderna.
Per la prima volta un libro su questo gruppo che sta per
compiere 10 anni e già fa parlare di sé in Europa, America e
Asia, con clienti come Fiat, H3G, MBDA, Sky, Lamborghini,
Huawei.
Nasce dalla mente di un fisico, appassionato di musica e
d’informatica, e si sviluppa anche grazie all’impulso di un
ingegnere dell’automazione, un commerciale con una
verve incredibile che all’inizio riparava macchine da scrivere
e centinaia di ingegneri ed altri che sognano in grande.
Da Napoli si lavora per tutto il mondo.

lunedì 15 settembre 2014

Novità - Ci vogliono migliori qualità per fare impresa al Sud

La nave Storie Aziendali, dopo aver traghettato il nuovo sito web www.storia-impresa.it


sta lavorando al volume sui 20 anni del Consorzio orafo "Il Tarì", coinvolgendo alcune delle aziende più legate alla storia del Consorzio


e poi ha preso a bordo - si fa per dire, siamo noi che siamo saliti a bordo suo - una delle più accreditate aziende partenopee nel settore dell'IT, il cui nome per il momento non riveliamo, ma che a pieno titolo merita di stare nel libro delle eccellenze napoletane, avendo raggiunto i 180 dipendenti ed essendo, in questo particolare momento, in piena crescita di uomini (donne comprese, ci mancherebbe!) e di clienti.


Posso ricordarvi che stasera alle 24,00 finisce l'offerta per acquistare l'ebook "Come la vita", il mio racconto autobiografico della privatizzazione della SME? Ovvero: come un uomo qualunque si trasforma in leone e insieme a tutti gli altri 74 colletti bianchi requisisce la Sede del Centro Direzionale di Napoli, dove hanno deciso di vendere il colosso alimentare pubblico facendolo a pezzi, e si rinchiude per 79 giorni e 79 notti fino a sfidare il Governo?
Fino a stasera (poche ore ancora) a € 2,99 anziché a € 4,99. 
Non è male no?


lunedì 7 luglio 2014

"Come la vita" la vera storia della privatizzazione SME

 
Ecco i video di presentazione della prima ristampa del libro "Come la vita" la vera storia della privatizzazione della SME, argomento tuttora misterioso e intrigante.
 

mercoledì 21 maggio 2014

Straordinaria offerta fino ad esaurimento delle scorte



"L'Oro di Napoli - Eccellenze aziendali all'ombra del Vesuvio" al 50% del prezzo di copertina.
Solo a 50,00 euro (comprese le spese di spedizione)!
Solo per Ordini professionali e iscritti all'Unione Industriali.
Occasione da non perdere.
Guarda l'estratto.
Scheda editoriale.


sabato 23 novembre 2013

Anniversario aziendale


Vuoi celebrare un                     importante Anniversario della tua attività? I 10 anni? I 2o anni? I 30 o i 40 anni? 

Prova Gratis con una cartella

Inviaci i dati della tua storia personale o professionale attraverso la pagina "Contatti".
Noi la riscriviamo e te la presentiamo: la prova di una cartella (30 righe per 60 caratteri, spazi inclusi) è GRATUITA.
Prova a sfogliare quest'estratto per vedere come può rendere la tua storia aziendale, clicca il link qui sotto e seleziona "Preview" e alla fine per tornare qui premi "Esc" e clicca in alto a sinistra la freccia indietro: 
Prova, non costa nulla!


Scrivi la tua Storia con noi!

Ciascuno di noi scrive la sua Storia sotto gli occhi di tutti e quando nessuno lo vede.
Ciascuno di noi conserva anche da adulto il desiderio di Ascoltare una Storia.
Coinvolgi chi ti osserva raccontando agli altri la Tua Storia.
Questa modalità di presentazione aziendale in America esiste già da anni: la chiamano "Storytelling".
Noi la chiamiamo Biografia o Storia aziendale e te la scriviamo in 3 giorni per 200,00 euro: fino a 8 cartelle di storia elaborata da noi sulla base delle informazioni che ci fornirai.
Per impaginazione con foto e stampa, occorre formulare preventivi ad hoc.
La tua storia l'hai già  scritta tu, con la tua vita, noi ti aiutiamo a darle una veste più oggettiva, sintetica e leggibile. 

Ti aiutiamo a forgiare un'efficace Presentazione Aziendale, lavorando fianco a fianco con te per realizzare un abito su misura per le tue esigenze. In altre parole ti diamo una mano a presentarti, a "raccontarti".

La formula la scegli tu: dalla semplice scheda di presentazione, all'intervista con approfondimenti, al libro con le fotografie, allo spot pubblicitario.


mercoledì 24 aprile 2013

L'Oro di Napoli

Lunedì 22 aprile alle 17,30 presso la nuova Sede dell'Università Telematica Pegaso si è tenuto il convegno "Cultura d'impresa e innovazione tecnologica per uscire dalla crisi" nell'ambito del quale è stato presentato il volume "L'Oro di Napoli".


domenica 27 gennaio 2013

"L'Oro di Napoli - eccellenze aziendali all'ombra del Vesuvio"

Napoli non è soltanto il sole, il mare, il Vesuvio, la pizza e la tarantella. Al di là dei luoghi comuni che tentano di fare di Napoli e dei napoletani un simpatico luogo ameno dove riposarsi e divertirsi, a Napoli operano molte aziende serie che sono conosciute e apprezzate in tutto il mondo. Ecco una vivida presentazione di alcune delle eccellenze aziendali presenti all'ombra del Vesuvio.


Il nome Napoli evoca mille suggestioni, sia positive che negative. Le bellezze naturali del suo territorio, l’allegria, l’umanità e la genialità del suo popolo, la musica, i tanti tesori artistici, culturali e religiosi che testimoniano il ruolo svolto dalla città in tutti i campi del sapere nel corso dei secoli, hanno da sempre posto Napoli al centro dell’attenzione a livello mondiale, facendola considerare uno dei principali punti di riferimento culturali d’Europa.
Ma la città richiama anche immagini negative, che sono il portato sia delle sofferenze patite per le tante dominazioni e calamità subite nel corso della sua storia, che hanno fatto emergere nella sua anima più popolare i caratteri della rassegnazione, dell’arte di arrangiarsi, della trascuratezza e dell’indolenza, sia dell’incapacità della sua classe dirigente che non sempre si è rivelata all’altezza delle esigenze e del ruolo che Napoli era ed è chiamata ad esprimere e che hanno portato a raffigurarla sui media di tutto il mondo con immagini di montagne di rifiuti e di quartieri periferici degradati.
In questo scenario, fatto da un susseguirsi di rappresentazioni positive e negative, ecco venire alla luce un resoconto oggettivo e aperto su un aspetto poco celebrato della città, costituito da una serie di attività di eccellenza, sia produttive che di servizi, che convivono con la realtà difficile che pure è presente.
Queste attività trovano nella loro storia, nei valori, nella creatività, così propria del popolo napoletano, quella forza che serve per crescere ed affermarsi sui mercati nazionali ed internazionali. Napoli, pur nell’avvicendarsi di luci ed ombre, resta comunque un “marchio” mondiale, non solo per il folklore con cui la città è solitamente evocata, ma anche per l’eleganza dei suoi prodotti di abbigliamento, per la prelibatezza e l’esclusività dei suoi cibi, per le sue società di navigazione, per alcune eccellenze presenti nel suo sistema manifatturiero, per i suoi splendori artistici e le sue attività culturali.
Il libro curato da Alessandro Pagano focalizza l’attenzione su alcune di queste attività, che per fortuna rappresentano solo una piccola parte del sistema produttivo ed economico di punta che il territorio, pur tra mille difficoltà, riesce tuttora ad esprimere. Ed illustra come le stesse siano sorte, si siano sviluppate percorrendo traiettorie di successo ed abbiano superato i tanti ostacoli ai quali vanno incontro tutte le imprese che operano in aree caratterizzate da un ritardo di sviluppo e dalla presenza di rilevanti diseconomie. Se, tuttavia, queste iniziative riescono a vivere in un contesto problematico ed a superare difficoltà ben superiori a quelle che incontra un concorrente situato in un’altra parte del mondo è perché esse si basano su elementi vitali solidissimi, fra cui quella «capacità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza» alla quale si riferisce Giuseppe Marotta nel libro scritto nel 1947 dal titolo “L’oro di Napoli”, da cui venne tratto l’omonimo celebre film di Vittorio De Sica.
Non una narrazione autoincensatoria, quindi, che lascerebbe il tempo che trova, ma una disamina obiettiva delle tante realtà positive e vitali del territorio che lasciano trasparire le radici buone che ci  sono a Napoli e delineano un percorso, un modello, una possibile via d’uscita rispetto all’attuale situazione di crisi che sembra attanagliare non solo il capoluogo partenopeo, ma tutto il mondo occidentale.

dalla Prefazione al volume del 
Prof. Vincenzo Maggioni
Seconda Università di Napoli

mercoledì 20 giugno 2012

Pietro Bucci, un "ponte" verso il futuro

Questo libro raccoglie i contributi commemorativi di colleghi ed amici di Pietro Bucci, uno dei padri fondatori dell’Università della Calabria e personaggio di altissimo profilo umano e scientifico. Il curatore dell’opera ha sicuramente colto nel ricordo di colleghi, allievi ed amici gli aspetti fondamentali e caratterizzanti della personalità di quest’uomo, che seppure non più presente nell’immanente, rimane una figura vivida ed ispiratrice per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di incrociare la sua avventura umana. Emblematico è il titolo che l’autore ha scelto: <<Pietro Bucci: “un ponte” verso il futuro>>. A lui, infatti, è stato intestato il ponte che unisce in alto i diversi "cubi" della Università della Calabria ad Arcavacata, nella direzione lungo la quale è previsto lo sviluppo futuro della costruzione. La scelta dell'intestazione, voluta dall'allora Rettore, Giuseppe Corrado Frega, è particolarmente felice per definire il ruolo che Pietro Bucci ha rivestito nell'edificazione fisica e organizzativa dell'Università della Calabria per l'importanza che avrebbe svolto nell'ambito della regione e del Paese e di tutti coloro che l'avrebbero frequentata.



sabato 21 aprile 2012

Capitolo III


Così era iniziata la mia partecipazione “alla lotta”, che
avrebbe proseguito soprattutto sul piano della collaborazione
alla stesura di “documenti”, da inviare alla stampa
o a politici o al Presidente della Repubblica. Quest’ultima
idea era stata di Ciccio Stavolo. Perché non ci rivolgiamo
a Scalfaro che è venuto da poco a Napoli e che è rimasto
colpito dalla dignitosa povertà dei napoletani? L’idea era
buona e sarebbe stata realizzata, con il consenso di tutti.
Già dalle prime riunioni, infatti, si cercava di coagulare il
consenso di tutti e, poi avrei capito, si sarebbe richiesta la
votazione solo quando si aveva la certezza che questa
avrebbe pienamente fatto vincere l’opinione della rappresentanza.
Ma dedichiamo due parole a Francesco Stavolo, detto
Ciccio, che ne meriterebbe anche di più. Ciccio è uno di
“quelli del ‘63”, di coloro che, per concorso erano entrati
nella Società all’indomani della nazionalizzazione dell’energia
elettrica, quando la famiglia Signorini, proprietaria
della SME, Società Meridionale di Elettricità, aveva
investito l’indennizzo dello Stato in vari settori industriali
fra cui in particolare quello alimentare.
Uomo di grande cuore è un ragioniere che è riuscito, con
fatica e lealtà, a conquistare la posizione di quadro nella
Finanziaria. Si occupava del settore societario e, da quanto
ho capito, anche confrontando il mio parere con quello
di altri, ne sa parecchio. I suoi superiori spesso si rivolgono
a lui per questioni inerenti al suo settore di competenza
per cui ecco: si può dire che è un “tecnico”. Per il suo
modo diretto e a volte brusco di porgere può sembrare prepotente
o superbo, ma chi lo conosce sa che non è affatto
così. Il suo atteggiamento - qualcuno dice - “da guappo”
rimane solo in superficie.
Ciccio è pescatore e racconta spesso delle sue imprese a
mare e quando vede che la gente non lo prende in parola ci
rimane male. Ma a lui, in definitiva, cosa importa? Lui
pesca fra Capo Miseno e Procida e questo lo fa felice. Se
ne sta con la sua barca in mezzo al mare e lì si sente,
essendolo, un re.
E’ stato nei Carabinieri e, anche questo racconta, lì ha
conosciuto il generale Dalla Chiesa dal quale ha ricevuto
più volte dimostrazioni di stima.
Io ci credo, anche perché egli ebbe successivamente anche
la stima di un altro grosso personaggio, il Presidente
Valori. E, come sempre, Ciccio dedica tutto il cuore a questa
sua amicizia e questo grande cuore che ha soffre un poco
e Ciccio ci deve stare attento. Deve stare attento alla dieta
e al fumo sui quali normalmente non si controlla molto.
Poi si controlla quando è costretto a farlo e allora si attiene
rigorosamente alle indicazioni dei medici. Ora però ha
imparato a prevenire e talvolta, incredibilmente, rifiuta un
caffè. Ciccio è un metro e settanta ed è parecchio robusto,
sia costituzionalmente che di panza. Ha i lineamenti regolari
e si capisce, anche dai racconti che si fanno e dalla faccia
dei suoi figli, avuti da una giovanissima moglie, che un
tempo doveva essere un bell’uomo. Ancora oggi se si
mette gli occhiali da sole è scambiato per Tony Curtis. Così
una foto dei primi tempi della SME, lo ritrae a fianco di
Michele Varriale, altro bello, anch’egli oggi un po’ fuori
forma, mentre in costume da bagno prendono il sole a
Procida, distratti per un attimo dall’obbiettivo del
fotografo.
E di Procida, Gennaro però e non l’isola, ti parla Ciccio,
come dell’amico compianto stroncato giovane da una brutta
malattia, con cui si sono divise fatiche e avventure. Oggi
Ciccio è padre di due ragazzi e una ragazza, in età universitaria
e anche questo testimonia il suo cuore, in una societ
à in cui una famiglia con tre figli è già considerata
numerosa. Povero Ciccio, come deve aver sofferto un
cuore grande come il suo quando il ragioniere della sedia
accanto con il quale giocava a carte, oggi è Direttore
Centrale e non gli da più del “tu”. Ma lui pesca e in mezzo
al mare si dimentica di questa e di altre amarezze. Ciccio è
grande.
Da allora iniziò un’attività di relazioni pubbliche tenute
essenzialmente dalla Perrino, con la collaborazione, per i
documenti scritti, di Piero Iacchetti – sua la frase poetica
detta ad una nostra collega avvocato che, da buon avvocato,
non si sentiva mai stanca di parlare: “Monica, quando
smetti di parlare, sento il cinguettio degli uccelli” - e mia.
La Signora, infatti, non scriveva ma correggeva soltanto e
con buon senso, bisogna dire. Presto cominciò un andirivieni
di politici e di giornalisti che “fiutavano” la notizia e
cercavano, i primi, di guadagnarsi il favore dei manifestanti
promettendo il massimo impegno in Parlamento e i
secondi, chiedendo un po’ a destra e un po’ a sinistra di
capire come andavano le cose. Ma presto la RSA se ne
accorse e unificò l’interlocutore con i giornalisti: essa stessa.
Insieme con la consapevolezza del ruolo centrale che la
questione stava assumendo nell’ambito dei problemi di
Napoli e della Campania e, al centro della questione stessa,
il proprio ruolo personale crebbe nell’atteggiamento
della Perrino quel fare autoritario e un po’ artefatto che
presto le avrebbe fatto perdere il consenso di alcuni che
l’accusavano di protagonismo. Assunse, in effetti, un tono
sprezzante nei confronti degli altri componenti della RSA
e dava l’impressione di sentirsi sempre come sotto i riflet-
tori, inquadrata da una telecamera.
Furono diverse le telecamere che posarono il loro “sguardo
” su di lei e la cosa non poteva non lasciare traccia.
Nell’idealismo di qualcuno forse non sarebbe dovuto
accadere, ma non fu così.
C’era di fondo, però, una spinta ideale che faceva passare
sopra queste “piccolezze” da parte degli occupanti e, d’altra
parte, ci si rendeva conto di quanto fosse necessaria in
quel momento la figura di un leader, per cui ci si guardò
bene dal ridimensionarla. Fra i più vituperati membri della
rappresentanza c’era Antonio Gradogna, un ragioniere,
Cavaliere della Repubblica, che alla SME si occupava
degli acquisti e della manutenzione e che, si dice, sia stato
voluto nella RSA dall’Azienda. Ne parlavano male tutti gli
altri rappresentanti sindacali e non c’era in realtà grosso
addebito da fargli se non quello di essere ammanicato con
preti, DC e Rastrelli, senatore del Movimento Sociale e
fratello del frate anti-usura. In una certa occasione lo invitò
a parlare con i lavoratori della SME e questi, simpatico
oratore, si spinse a prospettare una soluzione giuridica che,
esaminata da due giovani funzionari della SME, apparve
tecnicamente impraticabile. Il senatore, futuro Presidente
della Regione Campania, si ritirò in buon ordine e con
senso dell’umorismo riconobbe di essere venuto a dare
consigli e di averne, invece, ricevuto.
Alla fine di febbraio la Pausini vinse il girone dei giovani
di Sanremo con “La solitudine”. La canzone, che avrebbe
lanciato la brava cantante, parlava di un amore iniziato sui
banchi di scuola e ostacolato dal trasferimento di lui. In
quel periodo mi tornava spesso in mente perché rispecchiava
bene anche lo stato d’animo di molti di noi, di fronte
ad un ostacolo grosso grosso che non ci si aspettava e non
si vedeva l’ora che finisse.
Ma torniamo a Gradogna che, di umile condizione, si era
consolidato nella posizione in SME facendo piccoli favori
a destra e a manca e sicuramente è un tipo molto attivo,
con la testa sulle spalle e gli occhi anche dietro la nuca
(non si sa mai ... ). Scherzi a parte il suo occhio buono è
uno solo e con questo guida, con grande timore della
Perrino, a tutta velocità. Si dica ciò che si vuole, Antonio è
l’unico che ha coltivato e difeso il rapporto con il
Presidente Valori, per il resto molto avversato dalla RSA.
La sua avversione era forse dovuta all’estrazione politica
di Valori che mostrava di avere le sue migliori amicizie
nell’ambiente della DC o forse al fatto che lo stesso
Presidente dimostrava di preferire come interlocutore
Gradogna alla Perrino. Il piccolo - ma tozzo – ragionier
Gradogna sarebbe riuscito a mantenere i rapporti con il
Presidente anche quando questi sarebbero risultati
estremamente difficili, perché le sue promesse sembravano
non realizzarsi e la Perrino avrebbe proposto la rottura
totale nei suoi confronti.

Capitolo II


Il Direttore Generale era un giovane professionista con una
brillante carriera alle spalle. Da quando, giovanissimo, era
entrato alla SME sotto l’ala dell’allora potente prof. Sicca,
aveva bruciato le tappe. Dopo un master in America aveva
scalato rapidamente tutti i livelli impiegatizi ed anche dopo
il declino, ma sarebbe meglio parlare di siluramento di
Sicca, era diventato prima dirigente e poi direttore della
Programmazione Strategica e del Controllo di gestione,
brillando di luce propria. Di grande intuito e rapida decisione,
ciò che veniva riconosciuto anche dai suoi non pochi
detrattori, aveva anche un’ottima “capacità di rapporti
interpersonali”, come si dice in gergo aziendale quando
uno è socievole, ma anche un carattere molto incostante.
Dovette arrabbiarsi molto il giovane manager quando alla
porta dell’ufficio quella mattina gli fecero capire che lui
non poteva entrare e che non era il caso di insistere. Inutili,
d’altra parte, si erano rivelati i tentativi di far forzare il
blocco dalla polizia per la presenza all’interno del palazzo
non solo “dei lavoratori riuniti in assemblea permanente”
ma anche di alcuni politici che non potevano essere spostati
con la forza come un qualsiasi altro mortale. Qualche
altro dirigente che, particolarmente zelante, si era già recato
in ufficio era stato gentilmente invitato ad abbandonare
il palazzo. Un mio collega mi chiamò a casa con voce eccitata
per questo rovesciamento di ruoli mentre proseguiva
il corteo all’interno dell’edificio: dal tono si capiva che
riteneva del tutto intempestivo, se non inopportuno, mancare
in questo momento.
Quando tornai in ufficio, nella “assemblea permanente”
anche lo sguardo di altri colleghi manteneva una velata
espressione di rimprovero. Non ero l’unico, infatti, che
era ammalato nella circostanza e, in alcuni casi, la coincidenza
era quantomeno sospetta. Il sospetto nei miei confronti
era per di più alimentato da una mia domanda preoccupata
sulla spedizione del certificato medico, che significava
non rinunciare, al pari degli altri, allo stipendio per i
giorni della mia malattia. Ma io che ne sapevo? Era la
prima “occupazione” che facevo ...
A questo proposito c’è da dire che il vocabolo era tabù
anche fra di noi perché definiva una situazione illegale,
mentre veniva utilizzato quello, già indicato, di “assemblea
permanente”.
L’atmosfera aveva già perso i toni accesi che dovevano
esserci stati nei giorni precedenti e l’unico segnale “di
guerra” era costituito dalla presenza di un tabellone, peraltro
molto ben fatto dall’ottimo Ugo, con i nomi degli uomini
(le donne erano cavallerescamente escluse) che avrebbero
dovuto fare i turni a partire da quella notte. Per il resto
il salone si presentava pieno di figure rilassate. Molti
leggevano il giornale, altri giocavano a carte, altri ancora
chiacchieravano un po’ scocciati. Il Quartier Generale,
dove invece ferveva l’attività, era al piano di sopra. Lì si
era riunita la “rappresentanza” (sindacale, ma chiamata
sempre solo con il primo termine) che aveva preso in
pugno il comando della situazione e discuteva, in modo
spesso animato, il da farsi. Attorno ad essa orbitava un
insieme di persone, un po’ per darsi da fare, un po’ per
procurarsi ciò che in una situazione del genere diventa
importante come il pane: le informazioni. Anche perché
proprio di pane si trattava: intanto lo stipendio non si percepiva
e poi veniva messo in discussione il proprio futuro
lavorativo. Ma tornando al cartello con i turni per la notte
non mi ero accorto ad un primo sguardo che era deserto
proprio il turno di quella stessa notte. Sentii, a tal
to, un collega che si giustificava dicendo che non poteva
inserirsi perché aveva problemi - seri - alla schiena ed un
altro che, con aria di grande rispetto e circospezione, lo
ammetteva.
“Ecco, mi dissi, si presenta la possibilità di entrare subito
“nel vivo” e, dopo aver chiamato casa, mi proposi di
restare io per quella notte, con l’intento di spingere anche
altri a fare lo stesso. E così fu: si unirono altri, anche se con
poco entusiasmo. In quella occasione cercammo di accorciare
la notte giocando a scopone scientifico, con la televisione
accesa.
Ebbi così modo di scoprire l’abilità di Nando, teorico del
gioco e abilissimo utilizzatore del Lotus, foglio elettronico
per personal computer. Nando è un ragioniere che alla
SME si occupava dei rapporti con le banche. Di media
statura, fisico asciutto, capelli scuri, sguardo intelligente e
baffetti è sempre elegante e si tiene in forma salendo i
quattro piani di scale che portano al suo ufficio. Manovra
le carte con accuratezza e rispetto e aspetta il momento
buono per piazzare il colpo a sorpresa che puntualmente
sottolinea con la sua risata sempre pronta. Con Silvia
forma una delle coppie di colleghi che si sono sposati alla
SME. Sono felicemente sposati e genitori di due figli. Mi
hanno raccontato di quando sposini e senza soldi sono partiti
per il viaggio di nozze, in Cinquecento.
Non li ho mai visti litigare.
Lui la chiama “collega Perrotta”. Lei è segretaria di
direzione. Lo è stata per molti anni del dott. Vanoli, allora
Direttore Generale, ed ora lo è stata anche dell’ing.
Maresca, un ingegnere meccanico che dal controllo degli
investimenti è passato ad occuparsi sempre più di
Amministrazione e Finanza.
La partita a carte finì e poi un’altra e poi un’altra e
occhi mi si chiudevano anche perché ho l’abitudine di
alzarmi presto la mattina. Resistetti un po’ per non scontentare
i miei compagni, ma questi se ne accorsero e mi
lasciarono andare: “non c’è problema”. C’era l’accordo di
dormire tutti, alcuni al piano terra, arrivati ad una certa ora,
lasciando sempre qualcuno in portineria. Nando, poi, che
non dormiva mai, mi consigliò di mettermi al secondo
piano dove c’era il miglior divano, quello del salottino
“azzurro”. Io mi allontanai, ringraziando, ma facendo
capire che sarei andato al salotto del primo piano per un
paio d’ore anche perché sicuramente c’era qualcuno più
alto di me che avrebbe potuto sfruttare meglio il più lungo
divano disponibile. Il tentativo di addormentarmi, durato
un’ora circa, alla fine naufragò perciò decisi di tornare al
piano terra in portineria dove c’erano, come sempre ci
sono, dei giornali da leggere. E così feci. Il sonno ritornò
ma erano già le due e decisi di non risalire, anche perché
ormai sarebbe stato il caso di stare “in guardia”, perché gli
altri dormivano, tranne, forse, proprio Nando.
Mi ricordo quando al corso allievi ufficiali ci parlarono di
come avremmo dovuto fare la guardia. Ci spiegarono che
in quel momento quella zona della caserma o dell’accampamento
era affidata esclusivamente alla nostra responsabilit
à e che non dovevamo fidarci assolutamente di nessuno.
Avremmo dovuto sparare a chiunque avesse invaso
la zona di sicurezza senza rispondere all’”altolà chi va là”.
Avremmo dovuto sparare anche su chi ci sembrava di
riconoscere se non avesse obbedito all’intimazione. La
lunga aneddotica che si accompagna a questo rituale e alle
prime guardie rendono effettivamente particolarmente
all’erta chi la esegue. Almeno, così è successo a me. Si raccontava
di un capitano, temutissimo in caserma, che era
riuscito a prendere alle spalle una sentinella
e della conseguente pesante punizione (“consegna di rigore)
”che era seguita.
Ma si raccontava pure di un soldato particolarmente sveglio
che aveva messo il fucile sotto il naso ad uno che aveva
scavalcato il muro della caserma per essere rientrato troppo
tardi dalla libera uscita e di un altro che c’era morto.
Certo, adesso, questa guardia aveva l’aria di essere molto
più all’acqua di rose. Non si trattava di stare in piedi, non
c’erano armi di mezzo ed era molto facile richiamare l’attenzione
dei compagni. Qualcuno sosteneva che un attacco
notturno da parte delle forze dell’ordine era estremamente
improbabile. Qualcun altro riteneva che qualsiasi attacco
era improbabile per la situazione, già descritta, di polveriera,
in cui versava Napoli. Ma c’era anche chi diceva che
invece prima o poi avrebbero dovuto cacciarci. Per quanto
mi riguarda, come si vede, cercavo di formarmi un’opinione
personale attraverso le idee degli altri, non avendo,
come molti dei colleghi, alcuna esperienza in “occupazione.
”All’ennesimo articolo di giornale che non avrei mai letto in
nessun altra condizione, mentre ripercorrevo con la mente
i racconti che mi avevano fatto i colleghi al mio ritorno
quella mattina, mi venne l’idea di mandare una lettera
infuocata di un certo avvocato, facente parte del Consiglio
di Amministrazione della SME, che mostrava di voler
seguire una linea dura con noi nonostante avesse una
posizione poco chiara e molto rapidamente preparai la lettera
da mandargli.
Poi, visto che avevo in mano la penna, provai ad abbozzare
un documento di ricucitura con i colleghi della Cirio.
Ciò che indeboliva molto la nostra posizione, infatti, era il
fatto che gli impiegati della Cirio, Bertolli, De Rica, che
pure avevano iniziato ad opporsi a quest’idea della
sione, essendosi trovati con noi a fine dicembre nel
Cinema Teatro Corso nella riunione con i sindacati e così
il venerdì precedente nel salone della SME, adesso, invece,
stavano recedendo dal fronte della battaglia. Essi, a loro
volta, sostenevano che non potevano bloccare l’attività del
settore Latte e quindi non sarebbero comunque potuti
essere compatti al loro interno.
Il giorno dopo, in una riunione come ve ne sarebbero state
molte altre, in cui i rappresentanti sindacali avrebbero dato
un’”informativa sindacale”, appunto, la Perrino, esponente
di spicco della nostra RSA (rappresentanza sindacale
aziendale), avrebbe preso una di quelle due lettere, quella
all’avvocato, per additarla ad esempio di come si doveva
collaborare alla lotta e sottintendendo che altri tipi di “consigli
” o critiche era meglio tenerli per se’. Bisognava partecipare
attivamente.
La lettera faceva più o meno così: “La circostanza della
Sua appartenenza al Consiglio di amministrazione della
SME è incompatibile con l’incarico di consulente che Lei
svolge per la Cirio, Bertolli, De Rica. La invitiamo pertanto
a dimettersi dal Consiglio di Amministrazione della
SME per il buon nome della Società”.
Qualcuno disse in seguito che l’avvocato si era mostrato
parecchio contrariato per quella lettera.

Capitolo I


Il salone del piano terra della SME era stracolmo di gente.
Oltre ai dipendenti della società, vi erano convenuti lavoratori
e sindacalisti esterni all’azienda e l’aria si era fatta
pesante, non solo per le oltre trecento persone che vi si
erano riunite ma anche perché i motivi dell’incontro erano
gravi. Quel 22 gennaio del ‘93 era un venerdì.
Il salone veniva normalmente utilizzato per le cerimonie
ufficiali, come ad esempio quella, tradizionale e recente, di
auguri natalizi. Dava sul cortile interno del moderno palazzo
del Centro Direzionale dove, loro malgrado, si erano
dovuti trasferire i dipendenti della Società nel maggio
1990, abbandonando le comodità della sede storica di via
Bracco. Ancora per molto tempo fra di essi l’argomento
rimase decisamente tabù.
Al microfono si erano succeduti diversi capi sindacali e fra
questi l’intervento di uno in particolare era stato accolto da
grande attenzione. Il tipo era piccolo e spelacchiato, i suoi
occhialini tondi e lo sguardo astuto gli davano l’aria da
intellettuale ed anche dalla voce sgradevole ma pacata si
capiva che aveva autorità. Si parlava della decisione della
Capogruppo IRI di scindere la SME in blocchi e di venderla
al privato. La SME rappresentava l’ultimo grande
Gruppo presente al Mezzogiorno e la decisione dell’IRI
aveva avuto tutta l’aria di un ritiro dello Stato dal Sud,
dove nel bene e nel male questo aveva avuto un ruolo di
sostegno notevole. Lo spettro della scomparsa di migliaia
di posti di lavoro si profilava con sempre maggior chiarezza
e un misto di movimenti interiori ed esteriori si sviluppava
in ciascuno di noi con disarmonia. Anche i movimenti
collettivi erano convulsi e a tratti si aveva come l’impressione
che stesse per scoppiare una rissa. L’apice si era
giunto quando, poco prima del piccoletto, aveva preso la
parola un sindacalista alto, grosso e baffuto che incitava
alla mobilitazione ma aveva dovuto desistere quando si era
accorto che il primo ad essere travolto sarebbe stato proprio
lui.
Il piccoletto, invece, che poi identificai meglio come il
Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, invitò alla
ponderazione ed alla necessità di un’azione concordata con
il sindacato nazionale.
Il rispettoso silenzio con cui furono accolte le sue parole
non indicava però l’intenzione di seguire il suo consiglio.
L’atmosfera era pesante anche per le numerose sigarette
accese e il fumo che, come una nuvola, occupava ormai la
parte superiore della sala. Forse per questo molti
preferivano stare accovacciati o distesi per terra. Inoltre la
passività della maggior parte dell’uditorio ed il lento
vagare per il fondo della sala fra tanti volti conosciuti ed
altri meno, appartenenti questi ai colleghi della Cirio, mi
aveva fatto ricordare i tempi dell’occupazione studentesca,
quando al mio completo disinteresse per le questioni
politiche, si accompagnava una certa curiosità di conoscere
persone nuove, approfittando della ridotta attività scolastica.
Il giorno dopo ero a letto con la febbre alta.
Evidentemente oltre al fumo, nell’aria del salone doveva
esserci un morbo in agguato e di quelli potenti perché la
febbre non mi avrebbe abbandonato per tutta la settimana
successiva.
Il progetto di cui si discuteva la sera di quel venerdì si realizz
ò poi il lunedì successivo.