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mercoledì 24 aprile 2013
L'Oro di Napoli
Lunedì 22 aprile alle 17,30 presso la nuova Sede dell'Università Telematica Pegaso si è tenuto il convegno "Cultura d'impresa e innovazione tecnologica per uscire dalla crisi" nell'ambito del quale è stato presentato il volume "L'Oro di Napoli".
domenica 27 gennaio 2013
"L'Oro di Napoli - eccellenze aziendali all'ombra del Vesuvio"
Napoli non è soltanto il sole, il mare, il Vesuvio, la pizza e la tarantella. Al di là dei luoghi comuni che tentano di fare di Napoli e dei napoletani un simpatico luogo ameno dove riposarsi e divertirsi, a Napoli operano molte aziende serie che sono conosciute e apprezzate in tutto il mondo. Ecco una vivida presentazione di alcune delle eccellenze aziendali presenti all'ombra del Vesuvio.
Il nome Napoli evoca mille suggestioni, sia positive che negative. Le bellezze naturali del suo territorio, l’allegria, l’umanità e la genialità del suo popolo, la musica, i tanti tesori artistici, culturali e religiosi che testimoniano il ruolo svolto dalla città in tutti i campi del sapere nel corso dei secoli, hanno da sempre posto Napoli al centro dell’attenzione a livello mondiale, facendola considerare uno dei principali punti di riferimento culturali d’Europa.
Ma la città richiama anche immagini negative, che sono il portato sia delle sofferenze patite per le tante dominazioni e calamità subite nel corso della sua storia, che hanno fatto emergere nella sua anima più popolare i caratteri della rassegnazione, dell’arte di arrangiarsi, della trascuratezza e dell’indolenza, sia dell’incapacità della sua classe dirigente che non sempre si è rivelata all’altezza delle esigenze e del ruolo che Napoli era ed è chiamata ad esprimere e che hanno portato a raffigurarla sui media di tutto il mondo con immagini di montagne di rifiuti e di quartieri periferici degradati.
In questo scenario, fatto da un susseguirsi di rappresentazioni positive e negative, ecco venire alla luce un resoconto oggettivo e aperto su un aspetto poco celebrato della città, costituito da una serie di attività di eccellenza, sia produttive che di servizi, che convivono con la realtà difficile che pure è presente.
Queste attività trovano nella loro storia, nei valori, nella creatività, così propria del popolo napoletano, quella forza che serve per crescere ed affermarsi sui mercati nazionali ed internazionali. Napoli, pur nell’avvicendarsi di luci ed ombre, resta comunque un “marchio” mondiale, non solo per il folklore con cui la città è solitamente evocata, ma anche per l’eleganza dei suoi prodotti di abbigliamento, per la prelibatezza e l’esclusività dei suoi cibi, per le sue società di navigazione, per alcune eccellenze presenti nel suo sistema manifatturiero, per i suoi splendori artistici e le sue attività culturali.
Il libro curato da Alessandro Pagano focalizza l’attenzione su alcune di queste attività, che per fortuna rappresentano solo una piccola parte del sistema produttivo ed economico di punta che il territorio, pur tra mille difficoltà, riesce tuttora ad esprimere. Ed illustra come le stesse siano sorte, si siano sviluppate percorrendo traiettorie di successo ed abbiano superato i tanti ostacoli ai quali vanno incontro tutte le imprese che operano in aree caratterizzate da un ritardo di sviluppo e dalla presenza di rilevanti diseconomie. Se, tuttavia, queste iniziative riescono a vivere in un contesto problematico ed a superare difficoltà ben superiori a quelle che incontra un concorrente situato in un’altra parte del mondo è perché esse si basano su elementi vitali solidissimi, fra cui quella «capacità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza» alla quale si riferisce Giuseppe Marotta nel libro scritto nel 1947 dal titolo “L’oro di Napoli”, da cui venne tratto l’omonimo celebre film di Vittorio De Sica.
Non una narrazione autoincensatoria, quindi, che lascerebbe il tempo che trova, ma una disamina obiettiva delle tante realtà positive e vitali del territorio che lasciano trasparire le radici buone che ci sono a Napoli e delineano un percorso, un modello, una possibile via d’uscita rispetto all’attuale situazione di crisi che sembra attanagliare non solo il capoluogo partenopeo, ma tutto il mondo occidentale.
dalla Prefazione al volume del
Prof. Vincenzo Maggioni
Seconda Università di Napoli
Prof. Vincenzo Maggioni
Seconda Università di Napoli
mercoledì 20 giugno 2012
Pietro Bucci, un "ponte" verso il futuro
Questo libro raccoglie i contributi commemorativi di colleghi ed amici di Pietro Bucci, uno dei padri fondatori dell’Università della Calabria e personaggio di altissimo profilo umano e scientifico. Il curatore dell’opera ha sicuramente colto nel ricordo di colleghi, allievi ed amici gli aspetti fondamentali e caratterizzanti della personalità di quest’uomo, che seppure non più presente nell’immanente, rimane una figura vivida ed ispiratrice per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di incrociare la sua avventura umana. Emblematico è il titolo che l’autore ha scelto: <<Pietro Bucci: “un ponte” verso il futuro>>. A lui, infatti, è stato intestato il ponte che unisce in alto i diversi "cubi" della Università della Calabria ad Arcavacata, nella direzione lungo la quale è previsto lo sviluppo futuro della costruzione. La scelta dell'intestazione, voluta dall'allora Rettore, Giuseppe Corrado Frega, è particolarmente felice per definire il ruolo che Pietro Bucci ha rivestito nell'edificazione fisica e organizzativa dell'Università della Calabria per l'importanza che avrebbe svolto nell'ambito della regione e del Paese e di tutti coloro che l'avrebbero frequentata.
giovedì 3 maggio 2012
sabato 21 aprile 2012
Capitolo III
Così era iniziata la mia partecipazione alla lotta, che
avrebbe proseguito soprattutto sul piano della collaborazione
alla stesura di documenti, da inviare alla stampa
o a politici o al Presidente della Repubblica. Questultima
idea era stata di Ciccio Stavolo. Perché non ci rivolgiamo
a Scalfaro che è venuto da poco a Napoli e che è rimasto
colpito dalla dignitosa povertà dei napoletani? Lidea era
buona e sarebbe stata realizzata, con il consenso di tutti.
Già dalle prime riunioni, infatti, si cercava di coagulare il
consenso di tutti e, poi avrei capito, si sarebbe richiesta la
votazione solo quando si aveva la certezza che questa
avrebbe pienamente fatto vincere lopinione della rappresentanza.
Ma dedichiamo due parole a Francesco Stavolo, detto
Ciccio, che ne meriterebbe anche di più. Ciccio è uno di
quelli del 63, di coloro che, per concorso erano entrati
nella Società allindomani della nazionalizzazione dellenergia
elettrica, quando la famiglia Signorini, proprietaria
della SME, Società Meridionale di Elettricità, aveva
investito lindennizzo dello Stato in vari settori industriali
fra cui in particolare quello alimentare.
Uomo di grande cuore è un ragioniere che è riuscito, con
fatica e lealtà, a conquistare la posizione di quadro nella
Finanziaria. Si occupava del settore societario e, da quanto
ho capito, anche confrontando il mio parere con quello
di altri, ne sa parecchio. I suoi superiori spesso si rivolgono
a lui per questioni inerenti al suo settore di competenza
per cui ecco: si può dire che è un tecnico. Per il suo
modo diretto e a volte brusco di porgere può sembrare prepotente
o superbo, ma chi lo conosce sa che non è affatto
così. Il suo atteggiamento - qualcuno dice - da guappo
rimane solo in superficie.
Ciccio è pescatore e racconta spesso delle sue imprese a
mare e quando vede che la gente non lo prende in parola ci
rimane male. Ma a lui, in definitiva, cosa importa? Lui
pesca fra Capo Miseno e Procida e questo lo fa felice. Se
ne sta con la sua barca in mezzo al mare e lì si sente,
essendolo, un re.
E stato nei Carabinieri e, anche questo racconta, lì ha
conosciuto il generale Dalla Chiesa dal quale ha ricevuto
più volte dimostrazioni di stima.
Io ci credo, anche perché egli ebbe successivamente anche
la stima di un altro grosso personaggio, il Presidente
Valori. E, come sempre, Ciccio dedica tutto il cuore a questa
sua amicizia e questo grande cuore che ha soffre un poco
e Ciccio ci deve stare attento. Deve stare attento alla dieta
e al fumo sui quali normalmente non si controlla molto.
Poi si controlla quando è costretto a farlo e allora si attiene
rigorosamente alle indicazioni dei medici. Ora però ha
imparato a prevenire e talvolta, incredibilmente, rifiuta un
caffè. Ciccio è un metro e settanta ed è parecchio robusto,
sia costituzionalmente che di panza. Ha i lineamenti regolari
e si capisce, anche dai racconti che si fanno e dalla faccia
dei suoi figli, avuti da una giovanissima moglie, che un
tempo doveva essere un belluomo. Ancora oggi se si
mette gli occhiali da sole è scambiato per Tony Curtis. Così
una foto dei primi tempi della SME, lo ritrae a fianco di
Michele Varriale, altro bello, anchegli oggi un po fuori
forma, mentre in costume da bagno prendono il sole a
Procida, distratti per un attimo dallobbiettivo del
fotografo.
E di Procida, Gennaro però e non lisola, ti parla Ciccio,
come dellamico compianto stroncato giovane da una brutta
malattia, con cui si sono divise fatiche e avventure. Oggi
Ciccio è padre di due ragazzi e una ragazza, in età universitaria
e anche questo testimonia il suo cuore, in una societ
à in cui una famiglia con tre figli è già considerata
numerosa. Povero Ciccio, come deve aver sofferto un
cuore grande come il suo quando il ragioniere della sedia
accanto con il quale giocava a carte, oggi è Direttore
Centrale e non gli da più del tu. Ma lui pesca e in mezzo
al mare si dimentica di questa e di altre amarezze. Ciccio è
grande.
Da allora iniziò unattività di relazioni pubbliche tenute
essenzialmente dalla Perrino, con la collaborazione, per i
documenti scritti, di Piero Iacchetti sua la frase poetica
detta ad una nostra collega avvocato che, da buon avvocato,
non si sentiva mai stanca di parlare: Monica, quando
smetti di parlare, sento il cinguettio degli uccelli - e mia.
La Signora, infatti, non scriveva ma correggeva soltanto e
con buon senso, bisogna dire. Presto cominciò un andirivieni
di politici e di giornalisti che fiutavano la notizia e
cercavano, i primi, di guadagnarsi il favore dei manifestanti
promettendo il massimo impegno in Parlamento e i
secondi, chiedendo un po a destra e un po a sinistra di
capire come andavano le cose. Ma presto la RSA se ne
accorse e unificò linterlocutore con i giornalisti: essa stessa.
Insieme con la consapevolezza del ruolo centrale che la
questione stava assumendo nellambito dei problemi di
Napoli e della Campania e, al centro della questione stessa,
il proprio ruolo personale crebbe nellatteggiamento
della Perrino quel fare autoritario e un po artefatto che
presto le avrebbe fatto perdere il consenso di alcuni che
laccusavano di protagonismo. Assunse, in effetti, un tono
sprezzante nei confronti degli altri componenti della RSA
e dava limpressione di sentirsi sempre come sotto i riflet-
tori, inquadrata da una telecamera.
Furono diverse le telecamere che posarono il loro sguardo
su di lei e la cosa non poteva non lasciare traccia.
Nellidealismo di qualcuno forse non sarebbe dovuto
accadere, ma non fu così.
Cera di fondo, però, una spinta ideale che faceva passare
sopra queste piccolezze da parte degli occupanti e, daltra
parte, ci si rendeva conto di quanto fosse necessaria in
quel momento la figura di un leader, per cui ci si guardò
bene dal ridimensionarla. Fra i più vituperati membri della
rappresentanza cera Antonio Gradogna, un ragioniere,
Cavaliere della Repubblica, che alla SME si occupava
degli acquisti e della manutenzione e che, si dice, sia stato
voluto nella RSA dallAzienda. Ne parlavano male tutti gli
altri rappresentanti sindacali e non cera in realtà grosso
addebito da fargli se non quello di essere ammanicato con
preti, DC e Rastrelli, senatore del Movimento Sociale e
fratello del frate anti-usura. In una certa occasione lo invitò
a parlare con i lavoratori della SME e questi, simpatico
oratore, si spinse a prospettare una soluzione giuridica che,
esaminata da due giovani funzionari della SME, apparve
tecnicamente impraticabile. Il senatore, futuro Presidente
della Regione Campania, si ritirò in buon ordine e con
senso dellumorismo riconobbe di essere venuto a dare
consigli e di averne, invece, ricevuto.
Alla fine di febbraio la Pausini vinse il girone dei giovani
di Sanremo con La solitudine. La canzone, che avrebbe
lanciato la brava cantante, parlava di un amore iniziato sui
banchi di scuola e ostacolato dal trasferimento di lui. In
quel periodo mi tornava spesso in mente perché rispecchiava
bene anche lo stato danimo di molti di noi, di fronte
ad un ostacolo grosso grosso che non ci si aspettava e non
si vedeva lora che finisse.
Ma torniamo a Gradogna che, di umile condizione, si era
consolidato nella posizione in SME facendo piccoli favori
a destra e a manca e sicuramente è un tipo molto attivo,
con la testa sulle spalle e gli occhi anche dietro la nuca
(non si sa mai ... ). Scherzi a parte il suo occhio buono è
uno solo e con questo guida, con grande timore della
Perrino, a tutta velocità. Si dica ciò che si vuole, Antonio è
lunico che ha coltivato e difeso il rapporto con il
Presidente Valori, per il resto molto avversato dalla RSA.
La sua avversione era forse dovuta allestrazione politica
di Valori che mostrava di avere le sue migliori amicizie
nellambiente della DC o forse al fatto che lo stesso
Presidente dimostrava di preferire come interlocutore
Gradogna alla Perrino. Il piccolo - ma tozzo ragionier
Gradogna sarebbe riuscito a mantenere i rapporti con il
Presidente anche quando questi sarebbero risultati
estremamente difficili, perché le sue promesse sembravano
non realizzarsi e la Perrino avrebbe proposto la rottura
totale nei suoi confronti.
Capitolo II
Il Direttore Generale era un giovane professionista con una
brillante carriera alle spalle. Da quando, giovanissimo, era
entrato alla SME sotto lala dellallora potente prof. Sicca,
aveva bruciato le tappe. Dopo un master in America aveva
scalato rapidamente tutti i livelli impiegatizi ed anche dopo
il declino, ma sarebbe meglio parlare di siluramento di
Sicca, era diventato prima dirigente e poi direttore della
Programmazione Strategica e del Controllo di gestione,
brillando di luce propria. Di grande intuito e rapida decisione,
ciò che veniva riconosciuto anche dai suoi non pochi
detrattori, aveva anche unottima capacità di rapporti
interpersonali, come si dice in gergo aziendale quando
uno è socievole, ma anche un carattere molto incostante.
Dovette arrabbiarsi molto il giovane manager quando alla
porta dellufficio quella mattina gli fecero capire che lui
non poteva entrare e che non era il caso di insistere. Inutili,
daltra parte, si erano rivelati i tentativi di far forzare il
blocco dalla polizia per la presenza allinterno del palazzo
non solo dei lavoratori riuniti in assemblea permanente
ma anche di alcuni politici che non potevano essere spostati
con la forza come un qualsiasi altro mortale. Qualche
altro dirigente che, particolarmente zelante, si era già recato
in ufficio era stato gentilmente invitato ad abbandonare
il palazzo. Un mio collega mi chiamò a casa con voce eccitata
per questo rovesciamento di ruoli mentre proseguiva
il corteo allinterno delledificio: dal tono si capiva che
riteneva del tutto intempestivo, se non inopportuno, mancare
in questo momento.
Quando tornai in ufficio, nella assemblea permanente
anche lo sguardo di altri colleghi manteneva una velata
espressione di rimprovero. Non ero lunico, infatti, che
era ammalato nella circostanza e, in alcuni casi, la coincidenza
era quantomeno sospetta. Il sospetto nei miei confronti
era per di più alimentato da una mia domanda preoccupata
sulla spedizione del certificato medico, che significava
non rinunciare, al pari degli altri, allo stipendio per i
giorni della mia malattia. Ma io che ne sapevo? Era la
prima occupazione che facevo ...
A questo proposito cè da dire che il vocabolo era tabù
anche fra di noi perché definiva una situazione illegale,
mentre veniva utilizzato quello, già indicato, di assemblea
permanente.
Latmosfera aveva già perso i toni accesi che dovevano
esserci stati nei giorni precedenti e lunico segnale di
guerra era costituito dalla presenza di un tabellone, peraltro
molto ben fatto dallottimo Ugo, con i nomi degli uomini
(le donne erano cavallerescamente escluse) che avrebbero
dovuto fare i turni a partire da quella notte. Per il resto
il salone si presentava pieno di figure rilassate. Molti
leggevano il giornale, altri giocavano a carte, altri ancora
chiacchieravano un po scocciati. Il Quartier Generale,
dove invece ferveva lattività, era al piano di sopra. Lì si
era riunita la rappresentanza (sindacale, ma chiamata
sempre solo con il primo termine) che aveva preso in
pugno il comando della situazione e discuteva, in modo
spesso animato, il da farsi. Attorno ad essa orbitava un
insieme di persone, un po per darsi da fare, un po per
procurarsi ciò che in una situazione del genere diventa
importante come il pane: le informazioni. Anche perché
proprio di pane si trattava: intanto lo stipendio non si percepiva
e poi veniva messo in discussione il proprio futuro
lavorativo. Ma tornando al cartello con i turni per la notte
non mi ero accorto ad un primo sguardo che era deserto
proprio il turno di quella stessa notte. Sentii, a tal
to, un collega che si giustificava dicendo che non poteva
inserirsi perché aveva problemi - seri - alla schiena ed un
altro che, con aria di grande rispetto e circospezione, lo
ammetteva.
Ecco, mi dissi, si presenta la possibilità di entrare subito
nel vivo e, dopo aver chiamato casa, mi proposi di
restare io per quella notte, con lintento di spingere anche
altri a fare lo stesso. E così fu: si unirono altri, anche se con
poco entusiasmo. In quella occasione cercammo di accorciare
la notte giocando a scopone scientifico, con la televisione
accesa.
Ebbi così modo di scoprire labilità di Nando, teorico del
gioco e abilissimo utilizzatore del Lotus, foglio elettronico
per personal computer. Nando è un ragioniere che alla
SME si occupava dei rapporti con le banche. Di media
statura, fisico asciutto, capelli scuri, sguardo intelligente e
baffetti è sempre elegante e si tiene in forma salendo i
quattro piani di scale che portano al suo ufficio. Manovra
le carte con accuratezza e rispetto e aspetta il momento
buono per piazzare il colpo a sorpresa che puntualmente
sottolinea con la sua risata sempre pronta. Con Silvia
forma una delle coppie di colleghi che si sono sposati alla
SME. Sono felicemente sposati e genitori di due figli. Mi
hanno raccontato di quando sposini e senza soldi sono partiti
per il viaggio di nozze, in Cinquecento.
Non li ho mai visti litigare.
Lui la chiama collega Perrotta. Lei è segretaria di
direzione. Lo è stata per molti anni del dott. Vanoli, allora
Direttore Generale, ed ora lo è stata anche delling.
Maresca, un ingegnere meccanico che dal controllo degli
investimenti è passato ad occuparsi sempre più di
Amministrazione e Finanza.
La partita a carte finì e poi unaltra e poi unaltra e
occhi mi si chiudevano anche perché ho labitudine di
alzarmi presto la mattina. Resistetti un po per non scontentare
i miei compagni, ma questi se ne accorsero e mi
lasciarono andare: non cè problema. Cera laccordo di
dormire tutti, alcuni al piano terra, arrivati ad una certa ora,
lasciando sempre qualcuno in portineria. Nando, poi, che
non dormiva mai, mi consigliò di mettermi al secondo
piano dove cera il miglior divano, quello del salottino
azzurro. Io mi allontanai, ringraziando, ma facendo
capire che sarei andato al salotto del primo piano per un
paio dore anche perché sicuramente cera qualcuno più
alto di me che avrebbe potuto sfruttare meglio il più lungo
divano disponibile. Il tentativo di addormentarmi, durato
unora circa, alla fine naufragò perciò decisi di tornare al
piano terra in portineria dove cerano, come sempre ci
sono, dei giornali da leggere. E così feci. Il sonno ritornò
ma erano già le due e decisi di non risalire, anche perché
ormai sarebbe stato il caso di stare in guardia, perché gli
altri dormivano, tranne, forse, proprio Nando.
Mi ricordo quando al corso allievi ufficiali ci parlarono di
come avremmo dovuto fare la guardia. Ci spiegarono che
in quel momento quella zona della caserma o dellaccampamento
era affidata esclusivamente alla nostra responsabilit
à e che non dovevamo fidarci assolutamente di nessuno.
Avremmo dovuto sparare a chiunque avesse invaso
la zona di sicurezza senza rispondere allaltolà chi va là.
Avremmo dovuto sparare anche su chi ci sembrava di
riconoscere se non avesse obbedito allintimazione. La
lunga aneddotica che si accompagna a questo rituale e alle
prime guardie rendono effettivamente particolarmente
allerta chi la esegue. Almeno, così è successo a me. Si raccontava
di un capitano, temutissimo in caserma, che era
riuscito a prendere alle spalle una sentinella
e della conseguente pesante punizione (consegna di rigore)
che era seguita.
Ma si raccontava pure di un soldato particolarmente sveglio
che aveva messo il fucile sotto il naso ad uno che aveva
scavalcato il muro della caserma per essere rientrato troppo
tardi dalla libera uscita e di un altro che cera morto.
Certo, adesso, questa guardia aveva laria di essere molto
più allacqua di rose. Non si trattava di stare in piedi, non
cerano armi di mezzo ed era molto facile richiamare lattenzione
dei compagni. Qualcuno sosteneva che un attacco
notturno da parte delle forze dellordine era estremamente
improbabile. Qualcun altro riteneva che qualsiasi attacco
era improbabile per la situazione, già descritta, di polveriera,
in cui versava Napoli. Ma cera anche chi diceva che
invece prima o poi avrebbero dovuto cacciarci. Per quanto
mi riguarda, come si vede, cercavo di formarmi unopinione
personale attraverso le idee degli altri, non avendo,
come molti dei colleghi, alcuna esperienza in occupazione.
Allennesimo articolo di giornale che non avrei mai letto in
nessun altra condizione, mentre ripercorrevo con la mente
i racconti che mi avevano fatto i colleghi al mio ritorno
quella mattina, mi venne lidea di mandare una lettera
infuocata di un certo avvocato, facente parte del Consiglio
di Amministrazione della SME, che mostrava di voler
seguire una linea dura con noi nonostante avesse una
posizione poco chiara e molto rapidamente preparai la lettera
da mandargli.
Poi, visto che avevo in mano la penna, provai ad abbozzare
un documento di ricucitura con i colleghi della Cirio.
Ciò che indeboliva molto la nostra posizione, infatti, era il
fatto che gli impiegati della Cirio, Bertolli, De Rica, che
pure avevano iniziato ad opporsi a questidea della
sione, essendosi trovati con noi a fine dicembre nel
Cinema Teatro Corso nella riunione con i sindacati e così
il venerdì precedente nel salone della SME, adesso, invece,
stavano recedendo dal fronte della battaglia. Essi, a loro
volta, sostenevano che non potevano bloccare lattività del
settore Latte e quindi non sarebbero comunque potuti
essere compatti al loro interno.
Il giorno dopo, in una riunione come ve ne sarebbero state
molte altre, in cui i rappresentanti sindacali avrebbero dato
uninformativa sindacale, appunto, la Perrino, esponente
di spicco della nostra RSA (rappresentanza sindacale
aziendale), avrebbe preso una di quelle due lettere, quella
allavvocato, per additarla ad esempio di come si doveva
collaborare alla lotta e sottintendendo che altri tipi di consigli
o critiche era meglio tenerli per se. Bisognava partecipare
attivamente.
La lettera faceva più o meno così: La circostanza della
Sua appartenenza al Consiglio di amministrazione della
SME è incompatibile con lincarico di consulente che Lei
svolge per la Cirio, Bertolli, De Rica. La invitiamo pertanto
a dimettersi dal Consiglio di Amministrazione della
SME per il buon nome della Società.
Qualcuno disse in seguito che lavvocato si era mostrato
parecchio contrariato per quella lettera.
Capitolo I
Il salone del piano terra della SME era stracolmo di gente.
Oltre ai dipendenti della società, vi erano convenuti lavoratori
e sindacalisti esterni allazienda e laria si era fatta
pesante, non solo per le oltre trecento persone che vi si
erano riunite ma anche perché i motivi dellincontro erano
gravi. Quel 22 gennaio del 93 era un venerdì.
Il salone veniva normalmente utilizzato per le cerimonie
ufficiali, come ad esempio quella, tradizionale e recente, di
auguri natalizi. Dava sul cortile interno del moderno palazzo
del Centro Direzionale dove, loro malgrado, si erano
dovuti trasferire i dipendenti della Società nel maggio
1990, abbandonando le comodità della sede storica di via
Bracco. Ancora per molto tempo fra di essi largomento
rimase decisamente tabù.
Al microfono si erano succeduti diversi capi sindacali e fra
questi lintervento di uno in particolare era stato accolto da
grande attenzione. Il tipo era piccolo e spelacchiato, i suoi
occhialini tondi e lo sguardo astuto gli davano laria da
intellettuale ed anche dalla voce sgradevole ma pacata si
capiva che aveva autorità. Si parlava della decisione della
Capogruppo IRI di scindere la SME in blocchi e di venderla
al privato. La SME rappresentava lultimo grande
Gruppo presente al Mezzogiorno e la decisione dellIRI
aveva avuto tutta laria di un ritiro dello Stato dal Sud,
dove nel bene e nel male questo aveva avuto un ruolo di
sostegno notevole. Lo spettro della scomparsa di migliaia
di posti di lavoro si profilava con sempre maggior chiarezza
e un misto di movimenti interiori ed esteriori si sviluppava
in ciascuno di noi con disarmonia. Anche i movimenti
collettivi erano convulsi e a tratti si aveva come limpressione
che stesse per scoppiare una rissa. Lapice si era
giunto quando, poco prima del piccoletto, aveva preso la
parola un sindacalista alto, grosso e baffuto che incitava
alla mobilitazione ma aveva dovuto desistere quando si era
accorto che il primo ad essere travolto sarebbe stato proprio
lui.
Il piccoletto, invece, che poi identificai meglio come il
Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, invitò alla
ponderazione ed alla necessità di unazione concordata con
il sindacato nazionale.
Il rispettoso silenzio con cui furono accolte le sue parole
non indicava però lintenzione di seguire il suo consiglio.
Latmosfera era pesante anche per le numerose sigarette
accese e il fumo che, come una nuvola, occupava ormai la
parte superiore della sala. Forse per questo molti
preferivano stare accovacciati o distesi per terra. Inoltre la
passività della maggior parte delluditorio ed il lento
vagare per il fondo della sala fra tanti volti conosciuti ed
altri meno, appartenenti questi ai colleghi della Cirio, mi
aveva fatto ricordare i tempi delloccupazione studentesca,
quando al mio completo disinteresse per le questioni
politiche, si accompagnava una certa curiosità di conoscere
persone nuove, approfittando della ridotta attività scolastica.
Il giorno dopo ero a letto con la febbre alta.
Evidentemente oltre al fumo, nellaria del salone doveva
esserci un morbo in agguato e di quelli potenti perché la
febbre non mi avrebbe abbandonato per tutta la settimana
successiva.
Il progetto di cui si discuteva la sera di quel venerdì si realizz
ò poi il lunedì successivo.
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